Racconto del Mese

Iniziamo da questo mese la pubblicazione di un racconto al mese selezionato tra i lavori dei partecipanti al Corso on-line di Scrittura Creativa "Carta e Penna" e tra i partecipanti al concorso nazionale indetto dall'associazione "Accendi un'Idea"

 

 

Marco Ruffinengo nasce ad Asti nel 1974. Esordiente Scrittore è appassionato di giornalismo sportivo ed è praticante radiocronista di eventi sportivi in emittenti locali.

Ha partecipato alla IV edizione del Concorso "Accendi un'Idea"

 

L'INFERNO DEI VIVENTI

di Marco Ruffinengo

 

Porto Ercole.
Le otto del mattino. Lo specchio riflette il viso ricoperto di schiuma, la lama da barba scorre rapida su di esso con la stessa disinvoltura di uno spazzaneve su una strada imbiancata.
Il polso maturo traccia curve sinuose e rettilinei beffardi come se stesse disegnando un circuito automobilistico.
La radio ricorda che la primavera del 1979 sta per volgere al termine; Manuel vuol dimenticare di essere prossimo alla sua quarantanovesima estate.
Si sciacqua velocemente il viso e d'improvviso prova la stesse sensazioni di Jody Scheckter, proiettato verso un trionfo mondiale molto vicino, ancora avvolto da una sottile foschia pronta a diradarsi per lasciar spazio ad una luce quasi abbagliante. Dal Tirreno all'Adriatico, quattro ore di Gran Premio e quattordicimilaquattrocento battiti di cuore tutti dedicati a Barbara, unica ragione plausibile per quello sperpero di benzina e tensione emotiva.
Manuel scende rapidamente le scale, la Lamborghini Countach è già fuori, nera, come la personale notte che si sta lasciando alle spalle, andando incontro a nuovi colori.
L'azzurro dei suoi occhi è contaminato dal rosso dell'insonnia e della passione; il rosso del primo semaforo sfiorisce alle sue spalle e subito vien invaso dal rosso del suo primo tradimento che sta andando ad abbracciare.
Il rombo del motore raggela uno stormo di uccelli che sparisce nel vento come il suo patetico senso di colpa mentre, nell'antistante porto, alcune barche riposano placide  cullate dal mare, balia mutevole e bizzarra.
Il rosso del secondo semaforo gli consente di controllare la perfezione del suo viso, riflesso nello specchietto retrovisore; una faccia piuttosto insignificante, come una di quelle canzoni di certi autori italiani che passano senza lasciare emozione alcuna.
Un viso che lui conosce da sempre ma che , dietro i suoi occhiali da sole, può di volta in volta cambiare per crearne uno nuovo.
Una sorta di tela immacolata, dove il maturo medico può trasformarsi in pittore e pennellarci sopra tutte le sue fantasie, disegnandoci storie astratte e surreali, intrecci dada e futuristi.
La sua vita è una sorte di libro bianco acquistato ed imbrattato, riscritto da un Truman Capote viandante e nomade, anarchico nella composizione e nell'invenzione di un nuovo passato, di un gretto presente e di un decadente futuro.
Ora pensa per consuetudine ad Anna, la moglie, che vent'anni prima aveva desiderato con un'intensità ed un'incoscienza rabbiose, con la stessa spontaneità che a lui permetteva di aprirsi verso gli eventi nuovi.

Quella novità  e quella curiosità che l'ingrigire dei capelli aveva soffocato lentamente, tanto da rendere Manuel prima un uomo annoiato, poi un eterno fuggiasco; e fugge adesso ad una velocità proporzionale a quella del suo missile a quattro ruote, da quello che è ormai il suo porto sicuro, per andare incontro ad un ebbra divagazione sul tema di una sinfonia che forse non verrà mai suonata.
Una fuga segnata dal pensiero di farvi successivamente ritorno, in quello spazio consueto ed accogliente, tralasciando il dettaglio del tradimento, che lo avrebbe condotto a sentirlo imbrattato per sempre, a renderlo invivibile e maleodorante.
Consapevole che non sarebbero poi bastate tinte calde di ipocrisia o carte da parati di menzogne, per mascherare tutta quella vergogna; per un attimo la rabbia lo assale, un cambio di marcia e presto scompare, come la laguna di Orbetello ormai alle sue spalle.
Ancora qualche chilometro e giunge nella terra del nulla e del tutto, in quelle lande orgogliose e abbandonate tra Toscana, Lazio ed Umbria, percorrendo curve che si dimenano bizzarre tra cimiteri etruschi ed ectoplasmi di laghi vulcanici.
Passeggeri immaginari affollano i suoi pensieri, ricordi vivi e confusi occupano i suoi sedili, mentre Fossati alla radio canta di un nuovo amore e della fotografia di un uomo che va via di schiena per non vedere ciò che era prima.
La cenere di una Davidoff mal spenta finisce sul tappetino della fuoriserie e si fonde con il profumo della pelle, il vestito di un uomo camaleonte pronto a trasformarsi in un nuovo personaggio: col destino già segnato, col futuro già programmato in una bacheca di altri personaggi, presto nati e presto esauriti, senza autore e senza ricerca di esso.
Manuel ora ha un leggero capogiro causato dallo stress, dal fumo e dal sole, decisamente rovente, figlio di un'estate troppo precoce per essere credibile.
Un sole che illumina la strada di un uomo lanciato ai 170 all'ora nella campagna umbra, aperta come le gambe di una puttana, fremente come un'adolescente al primo bacio appassionato, volubile e sensibile alle offerte altrui.
Un sorpasso - al limite - e si lascia alle spalle alcune utilitarie guidate da ragionieri, geometri, medici e casalinghe: tutti personaggi sbiaditi ed in bianco e nero ai suoi occhi, esistenze troppo mediocri per esser prese in considerazione.
A Todi una pattuglia di carabinieri lo ferma: è solo un normale controllo, una pausa prima di far riprendere la folle corsa verso nord, superando Perugia, Gubbio, per poi svoltare deciso verso l'est delle Marche.
Poco prima di Cagli concede un passaggio ad un autostoppista: una faccia da drago, veramente poco affidabile, che mal si addice a quel lusso, eppure col quale entra subito in sintonia, rispettandone la classe e conservandone il silenzio.

 

Un breve cenno di saluto ed il drago fa già parte del passato, proiettato verso un futuro scadente come i suoi vestiti lisi, mentre la Lamborghini sfreccia autoritaria in Acqualagna, tra visi costernati, massaie indaffarate ed ignari tartufi bianchi.
Nello scorrere di questa rapida parata Manuel vede una cabina e si accosta precipitosamente perché la voglia di sentire Barbara è insistente.                                   
Gli piace immaginarla nuda, avvolta da un lenzuolo di lino caldo, piuttosto stropicciato dalla lunga e svanita notte.
Lei risponde dolce, con la voce arrochita dalle troppe sigarette: il timbro è caldo di chi sa cosa vuole, il respiro, pesante, è quello di una donna che si è appena svegliata da un sogno ed è già pronta ad accoglierne un altro.
Manuel è di poche parole, misurate, decisamente maliziose ed intenzionalmente eccitanti.
Ora a dividerli è solo quella promessa: ''Venti minuti e sono da te''; venti minuti è un battito di ciglia, venti minuti sono tre canzoni alla radio, venti minuti che trascorrono con due sigarette per lui ed una soffusa carezza sui seni per lei.
Manuel risale in auto e riaccende l'autoradio che sulla frequenza dei ''98 megacicli'' ospita un nuovo cantautore dal timbro di voce alcolica e roca: il deejay ne sottolinea il nome, un banale signor Rossi, probabilmente destinato a tornare presto nella schiera dei diecimila sconosciuti ''signor Rossi''.
Barbara torna nel letto e pigramente porge una mano sul suo ventre, miagolante e lasciva; un fremito le percorre tutto il corpo e rapita dalla passione stringe impotente il lenzuolo raggrinzito in un pugno.
Manuel vede ora cambiare lo scenario, nota restringersi il cielo e d'improvviso la strada entra in una gola profonda, quella del Furlo: un paesaggio da brividi, che sembra ammiccare a lapalissiane allusioni sessuali.
Lei ora accende la radio su una stazione privata, che trasmette una cantante di nome Gianna, dichiaratamente bisessuale, che curiosamente descrive in musica ciò che lei in quel frangente sta compiendo, quasi la stesse spiando.
Manuel sente che ora va tutto bene, che tutto è lontano, ovattato, abbandonato come il suo passato, urgente come il suo futuro, inesistente come il proprio presente.
Un mefistofelico pensiero gli attraversa la mente e lo porta a ragionare su come l'uomo, in fondo, sia una continua reincarnazione del proprio passato e su come l'uomo presente porti inconsapevolmente già i segni del proprio futuro.
Se Manuel li potesse vedere ora, avrebbero la forma di un violino abbandonato dietro ad un albero e l'odore acre dello zolfo.
Se Barbara potesse notarli, avrebbero il profumo del sesso negato e la sagoma tremenda  di  alcuni emissari infernali.
Manuel si accende un'altra sigaretta ed inizia a far gara con una sventurata collega a bordo di una Lancia Stratos; Barbara cerca nella luce fioca della stanza l'interruttore della lampada in ferro battuto sul suo comodino, lo trova, spegne la luce e nel buio trafitto da sottili raggi di sole intraprende un duello con le contrazioni della sua vagina.
Lei sente esplodere il suo piacere dentro, chiude gli occhi e vede tutto rosso; Manuel, invece, sente all'improvviso un rumore sordo e vede sfilare sullo specchietto retrovisore una donna stesa a terra, tutta rossa, bagnata di sangue e derubata di ogni passione.
Il parabrezza è compromesso del tutto ma il medico, anziché accostare e porger forse un inutile soccorso, con un pugno rabbioso lo distrugge definitivamente e, con le mani tagliate e l'animo stuprato, prosegue la sua folle corsa in direzione del mare.
''Venti minuti e sono con te'', la frase beffarda gli pulsa dentro le tempie e lo rende pazzo; Barbara è ora tornata a dormire, Manuel non potrà mai più farlo.
Terza, quarta, quinta marcia, la lancetta dei contachilometri si riflette sul suo occhio distratto, entra a velocità folle dentro Fano, per un attimo pensa di dirigersi verso la stazione dei carabinieri per consegnarsi ma poi....Poi vede in lontananza il mare, quel mare che vive sempre dentro se e da quale non può fuggire.
Accosta la fuoriserie visibilmente danneggiata ed affrescata da rivoli di sangue; accecato dal sole e dalla vita si dirige verso il lungomare.
Si toglie le scarpe, comincia a passeggiare verso la spiaggia; pensa a tutti i mari che ha incontrato nella sua vita, il mare dell'infanzia in Liguria, libere estati passate con i parenti, a rincorrere le ombre sul terreno e gioire per un disegno sulla spiaggia, spazzato presto dal vento.
Il mare della giovinezza, quello freddo e limpido delle isole Tremiti, in un'età in cui pareva ancora che le ali di quel gabbiano non potessero lasciar spazio alle gambe di un adulto, il mare toscano della sua maturità, con quella vita borghese vestita d'inutili convenzioni e gretti opportunismi.
Il mare che ha davanti ora è diverso: non gli parla, non gli riflette la sua immagine, non emana nemmeno il profumo di salsedine.
E' straordinariamente simile a lui, grigio e freddo, trafitto da quella brezza tesa che increspa l'animo: visto dall'alto sembrerebbe quasi un quadro, quello di un uomo solo, sulla spiaggia, che duella con il mare.
Un passo insicuro sulla ghiaia bagnata del lido, le onde si spezzano contro il suo corpo: un oscuro piacere lo pervade mentre un'onda, l'ultima, restituisce al paesaggio quel silenzio che solo la morte può donare.